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Libia: aumentato il numero di vittime civili negli scontri.

Dal 1 settembre al 31 settembre 2018, la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) ha documentato 40 vittime civili – 18 morti e 22 feriti – durante le ostilità in tutta la Libia. Le vittime includevano 14 uomini e quattro ragazzi uccisi e nove uomini, cinque donne, un ragazzo e una ragazza feriti. Si ritiene che il numero effettivo di vittime civili sia più alto.

La maggior parte delle vittime civili sono state causate da bombardamenti (otto morti e 16 feriti), seguiti da colpi di arma da fuoco (otto uccisi) e resti di guerra esplosivi (ERW, uno ucciso). La causa esatta di una morte e di altre sei ferite non è stata determinata.

UNSMIL ha riportato vittime civili documentate a Tripoli (16 morti e 22 feriti), Bengasi (uno ucciso) e Warshafana (uno ucciso). Altri 57 combattenti sono morti durante i combattimenti di Tripoli, mentre non è stato possibile accertare lo status civile di altri 12 morti.

UNSMIL ha documentato sette ulteriori perdite da altre possibili violazioni del diritto internazionale umanitario e violazioni o abusi del diritto internazionale sui diritti umani a Derna, Bengasi, Sabha e al-Zawiya.

 

“Le cifre relative alle vittime civili includono solo le persone uccise o ferite nel corso delle ostilità e che non hanno partecipato direttamente alle ostilità – si legge nel comunicato –  e  le cifre non includono quelle vittime che non sono un risultato diretto delle ostilità, ad esempio esecuzioni dopo cattura, torture o rapimenti, o vittime causate come conseguenza indiretta delle ostilità”.

Le cifre si basano sulle informazioni che l’UNSMIL ha raccolto e verificato da un’ampia gamma di fonti in Libia, compresi difensori dei diritti umani, società civile, funzionari attuali e precedenti, impiegati di governi locali, leader e membri della comunità, testimoni, altri direttamente interessati e rapporti dei media. Al fine di valutare la credibilità delle informazioni ottenute, laddove possibile, l’UNSMIL ha esaminato le informazioni documentali, comprese le cartelle cliniche, i rapporti forensi e le prove fotografiche.

Le cifre sono solo quelle che UNSMIL è stata in grado di documentare nel periodo di riferimento. Non è probabile che siano completi e potrebbero cambiare con l’emergere di nuove informazioni su incidenti che hanno coinvolto vittime civili avvenute durante questo periodo.

Allo stesso modo, mentre UNSMIL ha cercato sistematicamente di garantire che i casi documentati si basassero su informazioni credibili, sarebbe necessaria un’ulteriore verifica per raggiungere un livello più elevato di prova. A causa della situazione di sicurezza, l’UNSMIL non è stata in grado di effettuare visite dirette in loco a tutte le località pertinenti in Libia per ottenere informazioni. La paura di rappresaglie contro le fonti ostacola ulteriormente la raccolta di informazioni.

Anche se non tutte le azioni che portano a vittime civili violano il diritto umanitario internazionale, l’UNSMIL ha ricorda a tutte le parti coinvolte nel conflitto che hanno l’obbligo di indirizzare solo obiettivi militari: “Sono vietati attacchi diretti ai civili e attacchi indiscriminati, che non fanno distinzione tra civili e combattenti. Sono inoltre vietati gli attacchi che dovrebbero causare perdite accidentali di vite civili, lesioni a civili e danni a oggetti civili eccessivi rispetto al calcestruzzo previsto e al vantaggio militare diretto. Tali attacchi equivalgono a crimini di guerra che possono essere perseguiti dalla Corte penale internazionale”, prosegue il comunicato.

“Per garantire una maggiore protezione della popolazione civile e delle infrastrutture essenziali, tutte le parti impegnate in combattimenti in Libia devono cessare l’uso di mortai e altre armi indirette e imprecisi bombardamenti aerei in aree popolate da civili, e non mettere combattenti o altri obiettivi militari in aree popolate – puntualizza il comunicato – e tutte le esecuzioni di prigionieri devono cessare e tutti quelli catturati compresi i combattenti devono essere trattati umanamente in tutte le circostanze. Anche i prigionieri di omicidio o tortura sono un crimine di guerra, indipendentemente da ciò di cui può essere accusato il prigioniero”.

 

 

Courtesy UNSMIL

Afghanistan: militare italiano perde la vita, quattro alpini feriti gravemente. Erano di ritorno da una operazione di assistenza medica alla popolazione

SHINDAD 28 Febbraio 2011 – È il Tenente Massimo Ranzani il militare deceduto nell’esplosione di un ordigno improvvisato (IED) che questa mattina ha investito un Lince nei pressi di Shindand. Esplosione nella quale altri quattro militari – tutti appartenenti al 5° reggimento alpini di Vipiteno – sono rimasti gravemente feriti.

La deflagrazione, avvenuta a 25 chilometri a Nord di Shindand ha colpito il terzo mezzo di una pattuglia che rientrava da un’attività di MEDCAP congiunta con le forze afgane, operazione di assistenza medica alla popolazione locale.

I feriti sono stati evacuati presso l’ospedale militare (Role 2) della base “Shaft” di Shindand, sede del comando della Task Force Centre.

Il tenente Massimo Ranzani aveva 36 anni. Ne avrebbe compiuti 37 il prossimo 23 marzo. Nato a Ferrara viveva a Santa Maria Maddalena nel comune di Occhiobello, in provincia di Rovigo, con il papà Mario, 62 anni e la mamma Ione, 58. Era in Afghanistan, per la sua seconda missione in teatro operativo, dallo scorso 12 ottobre.

Questo tipo di attacco, nonostante gli importanti progressi svolti da ISAF per contrastarne la minaccia, rappresenta una delle modalità di azione tra quelle utilizzate dagli insurgent e, nel 30 percento dei casi, colpisce vittime civili.

Le forze di sicurezza ISAF svolgono una continua attività per prevenire questo genere di minaccia al fine di migliorare le condizioni di sicurezza e garantire uno sviluppo sociale ed economico della regione.

Il Ministro della Difesa Ignazio La Russa ha espresso profondo cordoglio per la morte del militare a seguito dell’attentato verificatosi stamane a 25 chilometri a nord di Shindad.

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Biagio Abrate e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito,Giuseppe Valotto, hanno espresso profondo cordoglio per la morte dell’alpino italiano.

Il Ministro La Russa viene tenuto costantemente aggiornato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa circa l’evolversi della situazione e sulle condizioni di salute degli altri quattro militari rimasti feriti nell’evento.

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appresa con profonda commozione la notizia del gravissimo attentato perpetrato a Shindand, in Afghanistan, contro il contingente italiano impegnato nella missione internazionale ISAF, in cui un militare ha perso la vita e altri quattro sono rimasti feriti, esprime i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari del caduto e un affettuoso augurio ai militari feriti.

Gli insurgents, molti dei quali amano autodefinirsi talebani, hanno rivendicato l’attacco in Afghanistan in cui e’ morto il tenente Massimo Ranzani. In un comunicato di due righe pubblicato sulla loro pagina web, gli insorti hanno reso noto che “una mina terrestre collocata da un mujaheddin nell’area di Company del distretto di Adar Sang ha sventrato un automezzo in pattugliamento dell’Isaf'”.

( photo courtesy www.difesa.it )